JOURNAL ARTICLES

Non è facile decifrare la spirale di polemiche in atto fra Roma e Bruxelles. Per quanto importanti sul piano finanziario, non è credibile che tutto si riduca a questioni di “zero virgola”, di applicazioni più o meno restrittive delle clausole di flessibilità. Il conflitto va piuttosto ricondotto all’intreccio di partite che si sono aperte con Bruxelles su vari fronti. Innanzitutto, non rispettando molte delle raccomandazioni ricevute lo scorso giugno, la legge di Stabilità per il 2016 ha creato una ferita nei rapporti con la Commissione, proprio mentre si invocavano deroghe sul deficit. Come dire: noi abbiamo il diritto di ignorarvi, voi il dovere di aiutarci. Incautamente e con troppo fragore, Renzi ha poi aperto dossier delicatissimi (dal gasdotto Nord Stream alle norme sulle banche), rompendo logiche da arcana imperii che è difficile in questo momento ricostruire con precisione. La rottura ha pesato, infiammando gli animi.

Ci sono però due altre spiegazioni, una più superficiale, l’altra più profonda. Leggerezza, emotività e stereotipi, in primo luogo. A parte rari esempi, i leader italiani a Bruxelles hanno sempre dovuto scontare pregiudizi negativi. Qualche tempo fa, commentando le ambizioni europee di Renzi, il diffusissimo magazine online Il Politico lo ha attaccato per come si atteggia nei confronti degli altri leader, per come usa il cellulare, per il suo inglese “da clown”. La strategia migliore per il nostro Presidente sarebbe quella di lasciar perdere, di alzare il livello della conversazione. Renzi invece risponde e incalza i critici con battute “virili” (per usare il brutto epiteto usato da Juncker), facendo così ripartire il tiro al bersaglio.

La spiegazione “profonda” è più rilevante, soprattutto per impostare una strategia di uscita. La crisi del debito ha cambiato la gerarchia politica fra i paesi UE. Con il Fiscal Compact si è data vita a una Comunità imperniata su criteri di “stabilità finanziaria rafforzata”, che ha di fatto e di diritto accresciuto il potere dei paesi del Nord.  Tale diagnosi è largamente condivisa fra gli scienziati politici (per chi vuole approfondire consiglio la lettura di States, Debt and Power di K. Dyson, 2013). In parte,  questo nuovo assetto ha portato benefici a tutta l’Eurozona: la tenuta dell’euro e i prestiti ai paesi in difficoltà. Ha anche spronato i nostri governi a fare irrinunciabili compiti a casa. Ma si sono prodotti anche nuovi problemi. La stabilità rafforzata garantisce i paesi del Nord contro il rischio di irresponsabilità fiscale dei paesi del Sud, ma condiziona fortemente questi ultimi nelle loro opportunità e percorsi di crescita. I condizionamenti sono spesso indiretti e occulti, ma ci sono e funzionano a nostro danno. La sfida è quella di metterli allo scoperto, evidenziarne gli effetti perversi sul piano funzionale (per tutta l’Eurozona) e i loro risvolti di iniquità, nel quadro di un’Unione fra eguali.

E’ su questo obiettivo strategico che il nostro governo dovrebbe concentrarsi. Abbandonando prima possibile la logica “verticale” del conflitto fra Italia e Bruxelles e attivando invece a tutti i livelli un confronto sui diversi modelli di crescita dell’Europa e i loro prerequisiti in termini di governance. La conversazione deve passare al più presto da “l’Italia ha fatto le riforme e dunque vuole…” (attenzione, peraltro, all’esito di queste riforme, ancora piuttosto modesto) a un discorso su “ci vuole un altro tipo di Europa, queste sono le nostre proposte”.

Non sarà facile trovare gli interlocutori. Il nuovo assetto di potere all’interno dell’Eurozona è sfavorevole ai paesi “periferici” (fra cui va ormai annoverata, di fatto,  anche la Francia): sia per le regole decisionali introdotte dal Fiscal Compact, sia per l’irrefrenabile tentazione da parte dei paesi deboli a relazionarsi direttamente con Berlino piuttosto che a coalizzarsi fra loro. Qualche margine c’è, soprattutto tessendo relazioni nel Parlamento europeo. Ma conterà molto la qualità delle proposte e il consenso che riceveranno da esperti e intellettuali che ragionano sul futuro della UE. In Europa le idee contano quanto e spesso più dei voti.

Se imboccasse questa strada, Renzi potrebbe ottenere tre vantaggi. L’Italia uscirebbe dall’angolo in cui si è infilata. Il nostro Presidente potrebbe accreditarsi come interlocutore serio e costruttivo verso i nostri partner e le istituzioni di Bruxelles. Gli elettori capirebbero che l’alternativa non è e non può essere fra “UE si” e “UE no”, ma fra tipi di UE, con priorità e diverse. E vedrebbero che almeno uno di questi tipi ha l’obiettivo esplicito di conciliare la stabilità finanziaria con la crescita e l’equità. Più di ogni altra cosa, l’Europa ha oggi bisogno di una infusione di legittimità, deve ritrovare la fiducia e la “passione” dei suoi cittadini. Come uno dei grandi paesi fondatori, l’Italia può e deve oggi posizionarsi in prima linea su questo fronte, da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 febbraio 2016

Curious about how social Europe is perceived in the media? The EUvisions observatory is the place to look!

A new section is available on the website. It is called Ideas Monitor, and it presents regular overviews of the public intellectual debate on social Europe, as it emerges from traditional media outlets, such as newspapers and magazines, as well as online publications and the wider blogosphere.  

More new sections will soon be available on the EUvisions observatory, stay tuned!

Ieri a Strasburgo si sono incontrate, e in parte scontrate, due diverse Europe: quella delle istituzioni sovranazionali (il padrone di casa era il Parlamento) e quella degli Stati membri. Hollande e Merkel hanno parlato di questioni che riguardano tutti, avendo però in mente le priorità e gli interessi dei loro due Paesi...

Merkel e Hollande, l’occasione perduta dell’Europa is out on Il Corriere della Sera. Read ithere.

Come può un Paese ricco chiudersi a riccio di fronte al dramma dei profughi?Read the Corriere della Sera article by Maurizio Ferrera on solidarity and Denmark here.

J. Hien, ABSTRACT - There has been much talk about ordoliberalism recently. Scholars and the press identify it as the dominant economic instruction sheet for Germany’s European crisis politics. However, by analyzing ordoliberalism only as an economic theory, the debate downplays that ordoliberalism is also an ethical theory, with strong roots in protestant social thought. It is this rooting in protestant social thought that makes ordoliberalism so incompatible with the socio economic ethics of most of the European crisis countries, because their ethics originate in catholic and orthodox social thought. This paper argues that it is the divergence and incompatibility of ordoliberal and southern European social ethics is what makes the European rescue policies so conflictual, and will ultimately render them redundant.

 

M. Ferrera,

ABSTRACT - The nation-based welfare state (NBWS) and the European Union (EU) are two precious legacies of the XX century. Their mutual relationship is however fraught by unresolved tensions (and a potential “clash”), which the recent crisis has been markedly exacerbating. When, how and why did the original “elective affinity” between the WS and the EU spheres start to weaken? Is “reconciliation” possible and how? These questions lie at the centre of current academic and public debates. The WS serves essential economic, social and political functions. But the financing of its programmes strains public budgets and raises sustainability challenges, especially in the wake of growing demographic ageing. The EU (EMU in particular) is in its turn is essential for growth, jobs and macro-economic stability, but tends to undermine the WS’s very institutional foundation: the sovereign right of the state to determine the boundaries, forms and extent of national solidarity. The aim of this paper is to cast new light on such issues by focussing on the intellectual and political logics which have guided WS-building, on the one hand, and EU-building, on the other, and by highlighting the responsibility of these two logics in generating the clash. Drawing on Weber’s insights on the relationship between values, ideas, and politics, the building blocks of a new analytical framework will be briefly sketched, aimed at reconnecting these three elements in the explanation of the current predicament.

The paper is organised as follows. The next section presents the topic and summarizes the state of the art of the debate. I will then revisit some key Weberian concepts and theoretical propositions which promise to cast new light on the “clash” problem, moving beyond contemporary neo-institutional approaches. In the subsequent two sections, first the intellectual and then the political logics which have guided the development of the welfare state at the national level and the process of supranational economic integration will be illustrated, with brief historical surveys. The fourth section will offer a re-interpretation of the euro crisis in neo-Weberian terms and will hint at some possible ways out. The conclusion wraps up.

M. Ferrera

ABSTRACT - The European Union – and the Euro-zone in particular- is currently torn by a number of widening fault lines. What is at stake is not only economic and institutional performance, but the very stability / continuity of the Union as a political system. The first and most visible fault line concerns the functioning of EMU and opposes North and South, "core" and “peripheral”, "creditor" and "debtor" Member States. The second line runs from West to East and mainly concerns the free movement of persons, capital and services in the internal market. It pits countries with consolidated welfare and high taxes/contributions against countries with relatively limited welfare, low labor costs and low regulation. The third line is rooted in the institutional asymmetry of the EU system of government, programmatically tilted in favor of market-making and against market correcting policies. The fourth line is, finally, of a vertical nature: “Brussels” (supranational institutions) against national governments and their sovereignty in policy areas deemed crucial for democratic legitimation and social cohesion [...]

M. Ferrera, in West European Politics, Vol. 37, no. 4, 2014, pp. 825-843.

ABSTRACT

The article starts by identifying the main institutional components of the (elusive) concept of Social Europe: the ‘National Social Spaces’, i.e. the social protection systems of the member states; the ‘EU Social Citizenship Space’, i.e. the coordination regime that allows all EU nationals to access the social benefits of other member states when they exercise free movement; the ‘Regional Social Spaces’, i.e. sub-national and/or trans-regional social policies; and the ‘EU Social Policy’ proper. Based on such reconceptualisation, the article then revisits the main analytical insights and substantive findings of the volume’s contributions, focusing in particular on dynamics of ‘social re-bounding’ during the crisis, on national implementation processes, on the relevance of ‘fits’ and ‘misfits’ for social policy compliance and on issues of democratic control. In the conclusion, some suggestions for future research and for the EU’s social agenda are put forward.

This article is available at https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/01402382.2014.919771

M. Ferrera,

In: W. van Oorschot, H. Peeters, C. Boos (eds), Invisible social security revisited: Essays in honour of Jos Berghman, Tielt, Belgium. Lannoo Publishers. pp. 145-160.

 

ABSTRACT

For at least two decades, European countries have been earnestly striving to reform their social models, tailored on increasingly surpassed economic and socio-demographic structures. This effort has been guided by a number of common principles, many of them developed by the European Union: sustainability and efficiency, flexicurity, inclusion, social protection as a "productive factor", new partnerships between private and public actors, social investment, social innovation.  Almost all EU countries have had a hand in their pension systems in response to demographic challenges and problems of financial sustainability. Labour markets and policies were reformed and some progress has been made ​​in terms of new policies and measures favoring women and children, frail and dependent elderly, the fight against poverty and exclusion [...]

 

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