REScEU - Items filtered by date: February 2016

Non è facile decifrare la spirale di polemiche in atto fra Roma e Bruxelles. Per quanto importanti sul piano finanziario, non è credibile che tutto si riduca a questioni di “zero virgola”, di applicazioni più o meno restrittive delle clausole di flessibilità. Il conflitto va piuttosto ricondotto all’intreccio di partite che si sono aperte con Bruxelles su vari fronti. Innanzitutto, non rispettando molte delle raccomandazioni ricevute lo scorso giugno, la legge di Stabilità per il 2016 ha creato una ferita nei rapporti con la Commissione, proprio mentre si invocavano deroghe sul deficit. Come dire: noi abbiamo il diritto di ignorarvi, voi il dovere di aiutarci. Incautamente e con troppo fragore, Renzi ha poi aperto dossier delicatissimi (dal gasdotto Nord Stream alle norme sulle banche), rompendo logiche da arcana imperii che è difficile in questo momento ricostruire con precisione. La rottura ha pesato, infiammando gli animi.

Ci sono però due altre spiegazioni, una più superficiale, l’altra più profonda. Leggerezza, emotività e stereotipi, in primo luogo. A parte rari esempi, i leader italiani a Bruxelles hanno sempre dovuto scontare pregiudizi negativi. Qualche tempo fa, commentando le ambizioni europee di Renzi, il diffusissimo magazine online Il Politico lo ha attaccato per come si atteggia nei confronti degli altri leader, per come usa il cellulare, per il suo inglese “da clown”. La strategia migliore per il nostro Presidente sarebbe quella di lasciar perdere, di alzare il livello della conversazione. Renzi invece risponde e incalza i critici con battute “virili” (per usare il brutto epiteto usato da Juncker), facendo così ripartire il tiro al bersaglio.

La spiegazione “profonda” è più rilevante, soprattutto per impostare una strategia di uscita. La crisi del debito ha cambiato la gerarchia politica fra i paesi UE. Con il Fiscal Compact si è data vita a una Comunità imperniata su criteri di “stabilità finanziaria rafforzata”, che ha di fatto e di diritto accresciuto il potere dei paesi del Nord.  Tale diagnosi è largamente condivisa fra gli scienziati politici (per chi vuole approfondire consiglio la lettura di States, Debt and Power di K. Dyson, 2013). In parte,  questo nuovo assetto ha portato benefici a tutta l’Eurozona: la tenuta dell’euro e i prestiti ai paesi in difficoltà. Ha anche spronato i nostri governi a fare irrinunciabili compiti a casa. Ma si sono prodotti anche nuovi problemi. La stabilità rafforzata garantisce i paesi del Nord contro il rischio di irresponsabilità fiscale dei paesi del Sud, ma condiziona fortemente questi ultimi nelle loro opportunità e percorsi di crescita. I condizionamenti sono spesso indiretti e occulti, ma ci sono e funzionano a nostro danno. La sfida è quella di metterli allo scoperto, evidenziarne gli effetti perversi sul piano funzionale (per tutta l’Eurozona) e i loro risvolti di iniquità, nel quadro di un’Unione fra eguali.

E’ su questo obiettivo strategico che il nostro governo dovrebbe concentrarsi. Abbandonando prima possibile la logica “verticale” del conflitto fra Italia e Bruxelles e attivando invece a tutti i livelli un confronto sui diversi modelli di crescita dell’Europa e i loro prerequisiti in termini di governance. La conversazione deve passare al più presto da “l’Italia ha fatto le riforme e dunque vuole…” (attenzione, peraltro, all’esito di queste riforme, ancora piuttosto modesto) a un discorso su “ci vuole un altro tipo di Europa, queste sono le nostre proposte”.

Non sarà facile trovare gli interlocutori. Il nuovo assetto di potere all’interno dell’Eurozona è sfavorevole ai paesi “periferici” (fra cui va ormai annoverata, di fatto,  anche la Francia): sia per le regole decisionali introdotte dal Fiscal Compact, sia per l’irrefrenabile tentazione da parte dei paesi deboli a relazionarsi direttamente con Berlino piuttosto che a coalizzarsi fra loro. Qualche margine c’è, soprattutto tessendo relazioni nel Parlamento europeo. Ma conterà molto la qualità delle proposte e il consenso che riceveranno da esperti e intellettuali che ragionano sul futuro della UE. In Europa le idee contano quanto e spesso più dei voti.

Se imboccasse questa strada, Renzi potrebbe ottenere tre vantaggi. L’Italia uscirebbe dall’angolo in cui si è infilata. Il nostro Presidente potrebbe accreditarsi come interlocutore serio e costruttivo verso i nostri partner e le istituzioni di Bruxelles. Gli elettori capirebbero che l’alternativa non è e non può essere fra “UE si” e “UE no”, ma fra tipi di UE, con priorità e diverse. E vedrebbero che almeno uno di questi tipi ha l’obiettivo esplicito di conciliare la stabilità finanziaria con la crescita e l’equità. Più di ogni altra cosa, l’Europa ha oggi bisogno di una infusione di legittimità, deve ritrovare la fiducia e la “passione” dei suoi cittadini. Come uno dei grandi paesi fondatori, l’Italia può e deve oggi posizionarsi in prima linea su questo fronte, da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 febbraio 2016

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Monday, 01 February 2016 11:00

L’ambizione che ancora non c’è

Sulla questione della “flessibilità” Matteo Renzi ha conseguito alcuni importanti successi in Europa. Per vincere la partita deve però persuadere Angela Merkel, dimostrando che le richieste italiane rispondono a un qualche interesse comune e non solo nazionale. Finora non c’è riuscito, come ha da ultimo mostrato l’incontro di venerdì a Berlino.

I vincoli di bilancio dell’Eurozona sono troppo stretti, Renzi ha ragione a volere un cambiamento. Di più: fa bene a dire che si tratta solo di applicate le regole. Quando fu scritto il Patto di Stabilità e Crescita (1997), vennero inserite alcune deroghe per far fronte a determinate circostanze. I criteri di applicazione non sono però mai stati definiti con precisione.

Il primo successo del governo italiano è stato quello di ottenere un chiarimento scritto durante il semestre di Presidenza, nella seconda metà del 2015. Adesso sappiamo quando un paese può chiedere (e Bruxelles deve concedere) una esenzione temporanea dai vincoli sul deficit. Formalmente, il chiarimento è stato fatto dalla Commissione. Ma il merito è di Roma: Juncker si è comportato in modo inelegante nel non volerlo riconoscere.

La seconda vittoria è arrivata nella primavera scorsa, quando Renzi ha effettivamente ottenuto la flessibilità sui saldi di bilancio per il 2015. La Commissione tenne conto di due condizioni: l’Italia era seriamente impegnata in un processo di riforme strutturali e di promozione di investimenti; il ciclo economico del nostro paese era ancora particolarmente negativo. Uno scostamento dagli obiettivi di finanza pubblica precedentemente concordati fu dunque ritenuto ammissibile in base ai nuovi criteri.

Nell’autunno scorso è iniziata la terza battaglia. Il governo ha nuovamente invocato la flessibilità, in base alla clausola degli investimenti. Ha poi aggiunto due altre richieste: lo scorporo delle spese sostenute per l’emergenza migratoria e di quelle pro quota per gli aiuti alla Turchia(i tre miliardi complessivi promessi da Angela Merkel a Erdogan per contenere il flusso di rifugiati). Il tiro alla fune è ancora in corso. La Commissione ha per ora sospeso il giudizio sulla legge di Stabilità 2016 e venerdì a Berlino Angela Merkel ha detto che “non vuole immischiarsi”. Un modo indiretto per dire: attenzione. La prospettiva di una nostra sconfitta, anche solo parziale, va messa in conto.

La vera posta in gioco non è però l’esito di questa terza disputa, ma dell’intera partita sulla flessibilità e l’euro-governo. L’interesse dell’Italia (e di tutti i Paesi membri più deboli) si estende ben al di la del 2016 e di alcuni punti di decimale da spendere in deficit. Bisogna piuttosto consolidare l’idea che l’Eurozona non si gestisce con regole rigide e con formule numeriche largamente arbitrarie. Per funzionare correttamente, l’Unione economica e monetaria richiede istituzioni decisionali capaci di prendere provvedimenti rapidi e imperniati su tre principi: discrezionalità “per buone ragioni”, flessibilità regolata e orientata alla crescita, responsabilità democratica. Da un lato, niente più dogmi tecnocratici e letti di Procuste con misure uguali per tutti. Dall’altro lato, compiti a casa, senza opportunismi o rivendicazioni motivate unicamente da tattiche elettorali.

La carta della flessibilità va insomma giocata come elemento di un’agenda più ampia. E’ rispetto a questo obiettivo che Matteo Renzi ha sinora mostrato debolezza. La richiesta di deroghe sui conti italiani sono state un po’ superficiali e non adeguatamente giustificate (soprattutto in relazione all’ultima legge di Stabilità). Data la cattiva reputazione sul piano della politica di bilancio che ci portiamo dietro da decenni, come stupirsi se la Commissione (e la Germania) si mostrino perplesse?

Se vuole vincere la partita, il governo deve accrescere l’intensità e soprattutto la qualità del proprio impegno. Qual è, precisamente, la visione italiana sulle riforme istituzionali che servono all’Unione economica e monetaria? Nell’entourage di Renzi e Padoan, così come in Banca d’Italia, circolano da tempo idee promettenti: costruiamo una proposta articolata e coerente e facciamola circolare. Quali saranno, in secondo luogo, i contenuti del prossimo Programma Nazionale di Riforma da presentare a Bruxelles entro Aprile, proprio quando la Commissione deciderà sul 2016?  Il Presidente del Consiglio ha detto che la legge di Stabilità per il 2017 darà il tono a tutta la legislatura (comprensibile: sarà l’ultimo macro-intervento utile per incidere sulle condizioni del paese prima delle elezioni del 2018). Bene, il governo elabori un Programma ambizioso, davvero imperniato su riforme e investimenti. Si assicuri che venga recepito nelle raccomandazioni di giugno da parte della UE e poi lo metta in pratica nel prossimo autunno. Se verranno fornite buone ragioni, Bruxelles dovrà concedere gli opportuni  margini fiscali. E, per una volta, dall’Italia potrebbero arrivare idee ed esempi preziosi per tutta l’Europa.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 31 gennaio 2016 e su maurizioferrera.wordpress.com

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