Thursday, 04 February 2016 09:10

Alziamo il livello del dibattito sulla flessibilità

Non è facile decifrare la spirale di polemiche in atto fra Roma e Bruxelles. Per quanto importanti sul piano finanziario, non è credibile che tutto si riduca a questioni di “zero virgola”, di applicazioni più o meno restrittive delle clausole di flessibilità. Il conflitto va piuttosto ricondotto all’intreccio di partite che si sono aperte con Bruxelles su vari fronti. Innanzitutto, non rispettando molte delle raccomandazioni ricevute lo scorso giugno, la legge di Stabilità per il 2016 ha creato una ferita nei rapporti con la Commissione, proprio mentre si invocavano deroghe sul deficit. Come dire: noi abbiamo il diritto di ignorarvi, voi il dovere di aiutarci. Incautamente e con troppo fragore, Renzi ha poi aperto dossier delicatissimi (dal gasdotto Nord Stream alle norme sulle banche), rompendo logiche da arcana imperii che è difficile in questo momento ricostruire con precisione. La rottura ha pesato, infiammando gli animi.

Ci sono però due altre spiegazioni, una più superficiale, l’altra più profonda. Leggerezza, emotività e stereotipi, in primo luogo. A parte rari esempi, i leader italiani a Bruxelles hanno sempre dovuto scontare pregiudizi negativi. Qualche tempo fa, commentando le ambizioni europee di Renzi, il diffusissimo magazine online Il Politico lo ha attaccato per come si atteggia nei confronti degli altri leader, per come usa il cellulare, per il suo inglese “da clown”. La strategia migliore per il nostro Presidente sarebbe quella di lasciar perdere, di alzare il livello della conversazione. Renzi invece risponde e incalza i critici con battute “virili” (per usare il brutto epiteto usato da Juncker), facendo così ripartire il tiro al bersaglio.

La spiegazione “profonda” è più rilevante, soprattutto per impostare una strategia di uscita. La crisi del debito ha cambiato la gerarchia politica fra i paesi UE. Con il Fiscal Compact si è data vita a una Comunità imperniata su criteri di “stabilità finanziaria rafforzata”, che ha di fatto e di diritto accresciuto il potere dei paesi del Nord.  Tale diagnosi è largamente condivisa fra gli scienziati politici (per chi vuole approfondire consiglio la lettura di States, Debt and Power di K. Dyson, 2013). In parte,  questo nuovo assetto ha portato benefici a tutta l’Eurozona: la tenuta dell’euro e i prestiti ai paesi in difficoltà. Ha anche spronato i nostri governi a fare irrinunciabili compiti a casa. Ma si sono prodotti anche nuovi problemi. La stabilità rafforzata garantisce i paesi del Nord contro il rischio di irresponsabilità fiscale dei paesi del Sud, ma condiziona fortemente questi ultimi nelle loro opportunità e percorsi di crescita. I condizionamenti sono spesso indiretti e occulti, ma ci sono e funzionano a nostro danno. La sfida è quella di metterli allo scoperto, evidenziarne gli effetti perversi sul piano funzionale (per tutta l’Eurozona) e i loro risvolti di iniquità, nel quadro di un’Unione fra eguali.

E’ su questo obiettivo strategico che il nostro governo dovrebbe concentrarsi. Abbandonando prima possibile la logica “verticale” del conflitto fra Italia e Bruxelles e attivando invece a tutti i livelli un confronto sui diversi modelli di crescita dell’Europa e i loro prerequisiti in termini di governance. La conversazione deve passare al più presto da “l’Italia ha fatto le riforme e dunque vuole…” (attenzione, peraltro, all’esito di queste riforme, ancora piuttosto modesto) a un discorso su “ci vuole un altro tipo di Europa, queste sono le nostre proposte”.

Non sarà facile trovare gli interlocutori. Il nuovo assetto di potere all’interno dell’Eurozona è sfavorevole ai paesi “periferici” (fra cui va ormai annoverata, di fatto,  anche la Francia): sia per le regole decisionali introdotte dal Fiscal Compact, sia per l’irrefrenabile tentazione da parte dei paesi deboli a relazionarsi direttamente con Berlino piuttosto che a coalizzarsi fra loro. Qualche margine c’è, soprattutto tessendo relazioni nel Parlamento europeo. Ma conterà molto la qualità delle proposte e il consenso che riceveranno da esperti e intellettuali che ragionano sul futuro della UE. In Europa le idee contano quanto e spesso più dei voti.

Se imboccasse questa strada, Renzi potrebbe ottenere tre vantaggi. L’Italia uscirebbe dall’angolo in cui si è infilata. Il nostro Presidente potrebbe accreditarsi come interlocutore serio e costruttivo verso i nostri partner e le istituzioni di Bruxelles. Gli elettori capirebbero che l’alternativa non è e non può essere fra “UE si” e “UE no”, ma fra tipi di UE, con priorità e diverse. E vedrebbero che almeno uno di questi tipi ha l’obiettivo esplicito di conciliare la stabilità finanziaria con la crescita e l’equità. Più di ogni altra cosa, l’Europa ha oggi bisogno di una infusione di legittimità, deve ritrovare la fiducia e la “passione” dei suoi cittadini. Come uno dei grandi paesi fondatori, l’Italia può e deve oggi posizionarsi in prima linea su questo fronte, da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 febbraio 2016

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